Le parole in rosso sono dei link.
Ci ho riflettuto molto, e alla fine credo di aver capito perché in Italia si sta parlando pochissimo della legge sul copyright votata al parlamento europeo. La legge, in caso di definitiva conferma, azzopperà l'operato di quei creatori di contenuti su internet che fanno della critica e della satira il loro mestiere ... e nel nostro bel paese sono una quantità talmente trascurabile che, francamente, chissenestrafotte fintanto che Casa Surace può continuare liberamente a floddarmi la home di Facebook con video su *inserisci prodotto alimentare locale*.
La legge, e nello specifico il suo articolo 13, furono rigettate a Luglio di quest'anno, grazie anche, ma non solo, alle iniziative e le manifestazioni popolari sotto la direzione di alcune associazioni a difesa di internet come La Quadrature du Net.
Ovviamente in Italia associazioni di questo tipo non ci sono perché sono state fagocitate dai gruppi di degustazione di fresella, e il dibattito a riguardo non ha ricevuto lo spazio che meritava in televisione (ahahahah) perché chiaramente la destra dei valori si stava impegnando a reintrodurre il tiro sportivo al negro, mentre la sinistra delle tutele portava avanti uno strenuo combattimento antifascista senza però avere alcun fascista a disposizione tra gli avversari.
Nel perfetto, e rodato, stile dell'Unione Europea, e dei suoi araldi, si procede quindi a ridiscutere e rivotare lo stesso testo di legge fino a quando l'esito non è quello voluto ai piani alti, perché le cose in Europa ve le cacciano in gola di forza.
Senza sorpresa alcuna ecco che il 12 settembre scorso la medesima legge, con qualche virgola modificata, riesce a passare la votazione al parlamento.
Diciamo che in seno all'Europa l'atteggiamento nei confronti della democrazia è sempre stato particolarmente ostile (citazioni di Juncker qui e qui), quindi non c'è da stupirsi sulla rapidità con cui si è tornati al voto e sulla distanza che questo testo ha con la realtà.
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| MFW |
Da una parte le grandi piattaforme social di internet, Google e Facebook per farla breve, mentre dall'altra i colossi morenti della discografia e dell'informazione "ufficiale", i singoli monopolisti che trattano i diritti di autore e la sempreverde industria del cinema.
E' chiaramente una battaglia di lobbying, mentre dietro, un po' nell'ombra c'è il potere politico (ma di questo parleremo dopo).
Il contesto è quello di un mondo della comunicazione e della fruizione dei contenuti che cambia e, in tanti modi, bypassa tutte quelle terze parti che si sono ingrassate negli ultimi 50 anni a fare da mediatore tra l'utente e l'opera.
Dà fastidio che i dischi non si vendano più e la musica la si ascolti solo su Spotify (anche se EMI, Universal, Sony e Warner sono parte della proprietà) ma è più fastidioso che migliaia di youtuber campino a fare video di cover senza che la "SIAE del caso" riceva neanche un euro o che le case discografiche abbiano dato l'autorizzazione, che i motori di ricerca facciano click e traffico per reindirizzare sui siti dei quotidiani e che un buon numero di persone producano libera critica cinematografica senza chiedere il permesso a chi di dovere.
L'assunto è quindi che, non importa se sia una parodia, un meme, un video di critica, una reinterpretazione o una citazione, ogni contenuto di internet è illegittimo poiché conta solo l'opera originale da cui tutto deriva.
Oltre che negare il lavoro e la fantasia che comunque rimangono dietro a queste opere "derivate", è evidente che si stia tentando di negare l'essenza stessa della creatività che, la storia ci è testimone, da sempre si forma sulla base di quello che è venuto in precedenza, in un perpetuo moto in cui elementi preesistenti si fondono e vengono riplasmati per dare vita alla novità.
Ma è chiaro che i personaggi su questo palcoscenico non sappiano una mazza quadra di cosa muova il processo creativo semplicemente perché non si sono mai confrontati al problema, il loro lavoro è incassare, e se potessero battere cassa sui motivetti che fischiamo sotto la doccia state pur certi che lo farebbero.
Se siete anche solo più intelligenti di un fermacarte vi sarete già accorti che, in tutta questa faccenda di diritto di autore, ci sono molti interessi per chi detiene i diritti di pubblicazione e molta poca ciccia per i veri autori, come sempre d'altronde.
L'articolo 13 dunque responsabilizza le piattaforme per quanto riguarda i contenuti pubblicati, suggerisce l'utilizzo di tecnologie atte a riconoscere automaticamente la natura dei contenuti per impedire che vengano pubblicati senza l'autorizzazione di chi detiene i diritti di pubblicazione, forza gli Stati membri a "cooperare", impone la presa di accordi tra la parte che vuole pubblicare e il detentore dei diritti di pubblicazione e tutta una serie di altre vaccate che non sto ad elencarvi.
E' bene sottolineare come in caso di rimozione agli autori non vada nulla visto che impedire la fruizione di un contenuto non ha mai generato denaro, quando magari una citazione o una parodia avrebbero stimolato un po' di traffico verso l'opera originale.
Nella realtà è quasi un anno che il content ID di Youtube è attivo (una mossa di Google atta a rassicurare le teste di minchia) e ha già cambiato la faccia di internet in maniera radicale.
Abbiamo visto Rick Beato farsi demonetizzare più della metà dei suoi video "What Makes this song Great" nonostante l'impronta chiaramente didattica, e abbiamo visto critici cinematografici farsi arare i loro video perché Disney ha fatto calare il martello.
La monetizzazione di ore di contenuti originali, grazie al content ID viene ridiretta nelle tasche dei soliti noti sulla base della presenza di pochi secondi di tale o tal'altro contenuto protetto. Se prima questa dinamica era una "libera"scelta delle singole aziende, adesso potrebbe diventare una legge obbligatoria per TUTTE le piattaforme internet operanti sul territorio Europeo.
Qualche videogiocatore navigato avrà riconosciuto le modalità dell'industria videoludica, con i loro tentativi di controllare le recensioni e l'idea di grattar via due spicci anche dai contenuti creati dai giocatori.
Chiaramente i sostenitori di questa manovra punteranno il dito sul fatto che queste piattaforme gigantesche generino molto profitto, in maniera largamente incontrollata, sulle spalle di contenuti che non hanno creato. Il problema è reale, ma questa soluzione finisce per colpire gli utenti che creano i contenuti derivati e mandano avanti internet, per andare a difendere i diritti di case di edizione parassitiche, tenendo bene presente che gli unici colossi in grado di muovere accordi di pubblicazione a questi termini sono gli stessi Google e Facebook che si vorrebbe "contrastare".
Senza contare che avere degli algoritmi che individuano ed eliminano contenuti "illegali", in maniera autonoma, significa conferire a queste piattaforme un vero e proprio ruolo di polizia, un elemento sul quale tornerò più avanti.
Ora, privare dei mezzi di sostentamento qualche youtuber potrebbe sembrare anche una buona idea, non fosse che la questione va molto più in profondità.
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| Un europarlamentare in consultazione con un utente di internet |
L'articolo 11 della stessa legge dichiara che i siti che condividono dei contenuti e rimandano ad altri siti non avranno più diritto di farlo senza l'autorizzazione, ed eventualmente un accordo economico con la parte coinvolta.
Questa misura è stata fortemente voluta dagli editori della stampa (con l'acqua alla gola perché hanno perso credibilità e vendite), per andare a colpire violentemente tutti gli aggregatori di news, solo che i furboni si sono dimenticati del caso Google News in Spagna.
A fronte delle somme di denaro richieste dalla stampa nazionale spagnola, Google News si è semplicemente ritirata dal paese, con il risultato che il traffico di utenza verso i siti di quotidiani spagnoli è calato drasticamente.
Si profila in questo caso un paradosso: se non funziona, pace è l'ulteriore fallimento dell'industria dell'informazione incapace di rinnovarsi, ma se funziona allora queste testate diventeranno economicamente legate a doppio filo agli aggregatori, che rimangono un attore esterno, perdendo quindi in indipendenza e in libertà di contenuti (semplicemente perché l'aggregatore, a sua discrezione, potrà scegliere se far apparire o meno determinati titoli).
Coglioni. Sopratutto perché l'aggregatore importante è uno, Google, e in un contesto del genere finirà (se già non lo è) per diventare un monopolista.
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| Gli anziani che cliccano sulle mail di spam hanno deciso cosa bisogna fare con internet. |
Ovviamente paletti del genere renderanno più laborioso informarsi, tenersi aggiornati e, sopratutto, confrontare diversi articoli tra loro, se per ogni notizia si dovrà accedere ai singoli portali e fare ricerche separate.
Ma sarà difficile accedere anche a forme di controinformazione e critica dell'informazione ufficiale, poiché non sarà più possibile costruire un video (che rimane il contenuto più fruibile in questo momento) attraverso il confronto di estratti di trasmissioni televisive, interviste di politici, documentari e servizi di inchiesta.
Abbiamo visto video di 2 ore di critica politica colpiti a causa di un estratto di 7 secondi di una trasmissione televisiva, in barba totale al fair use e al diritto di citazione, cosa che va ad aggiungersi ad una già galoppante censura corale su tutte le piattaforme social, sulla base di principi puramente politici, di personaggi o canali "scomodi" come nel caso Egalité & Reconciliation e Alex Jones.
Potrebbe diventare abituale veder scomparire dei video di critica al tal o tal altro sistema per una segnalazione portata avanti attraverso lo strumento del copyright, come fu per il video parodistico di Robocop creato da La Quadrature du Net per prendere in giro Vivendi.
Sia Google che Facebook possono, già in questo momento, censurare ed eliminare in maniera autonoma, senza essere richiamabili in caso di abuso di censura dato non c'è nessun testo che preveda una sanzione in caso di censura a torto.
Questo potere di giudice ed esecutore in mano ad una manciata di aziende private, per dei monopolisti dell'informazione, può chiaramente diventare una leva politica non indifferente e, non c'è bisogno di farvi un disegno, i nomi e le ideologie dietro le proprietà di questi leviatani economici non sono tra i più rassicuranti.
Però oh, hai visto l'ultimo video su quant'è bbbuon' lu vin'e zì Tonino??? Maròòòòòò
questo articolo è stato scritto ascoltando
Art Blakey and the Jazz Messengers (1958)





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avevi dunque proprio voglia di rompere i coglioni quindi