Wednesday, 20 May 2020

The Last Dance: Reato di Apologia cestistica

L’ultima puntata di “The last dance” è andata in onda domenica e si possono finalmente tirare le somme di questa maratona di pallacanestro.
Quello che a uno sguardo distratto può sembrare un progetto nato spontaneamente è in realtà il prodotto di tutto tranne che il caso, e vediamo come.

Per prima cosa c’è la questione della documentazione video “inedita” di cui The Last Dance fa ampiamente uso: questa esiste perché Adam Silver, attuale commissioner NBA ma ex direttore della divisione Entertainment della lega, ai tempi convinse Jordan a farsi seguire da una crew per registrare la stagione ‘97-‘98, nel tentativo di monetizzare ulteriormente l’immagine del 23 e dei Bulls.
Sul perché il materiale in questione non sia mai stato usato prima risponde un articolo della ESPN (qui), in cui si chiarisce che una clausula del contratto per queste registrazioni video imponeva l’accordo di entrambe le parti (la NBA e Jordan) per l’eventuale uso e pubblicazione.
Quindi o la lega o MJ non hanno ritenuto che fosse il caso di fare vedere queste riprese fino all’altro ieri, e conoscendo quanto la NBA sia incapace di dosare con parsimonia la spremitura delle rape, direi che l’incertezza fosse dal lato di sua maestà aerea.
Il documentario sembra voler fare luce su diversi aspetti più in ombra della carriera di Jordan e dei Bulls, si parla del gioco d’azzardo di Jordan, delle sue tendenze dittatoriali e aggressive in spogliatoio, della figura controversa del GM Jerry Krause, del sottopagato Pippen e degli eccessi di Rodman, ma non lasciatevi fregare: è in realtà un grande operazione di pulizia sotto mentite spoglie.
Prima di tutto queste non sono storie nuove o sconosciute, ma sono la cronaca dell’epoca di cui tutti i veri appassionati sono a conoscenza, alcuni di noi per averla vissuta “in diretta”.
Poi per ogni fattaccio affrontato nel documentario, compresa la parentesi piuttosto modesta nel baseball, c’è una pronta riabilitazione finale: la dipendenza da gioco d’azzardo era solo un hobby, il bullismo un veicolo necessario per spronare i compagni, Krause il più grande GM di sempre, Pippen sottopagato si, ma anche un leader incapace e un’egoista. Jordan, non lo sapevate, era sull’orlo di strappare un contratto nella MLB, anche se all’epoca la sua parentesi nel baseball era la barzelletta della stampa specializzata.
Pippen in questo documentario ci fa una figura davvero pessima. Un trattamento indegno per quello che è stato uno dei migliori giocatori della sua epoca.

Gli stessi ex compagni di Jordan non sembrano essere particolarmente contenti del risultato finale, Horace Grant ha avuto da ridire sul fatto che Jordan nel documentario lo accusi di aver fatto la spia per conto di Sam Smith (qui), Scottie Pippen giustamente ha dichiarato di non aver gradito la maniera in cui si è data rilevanza all’aneddoto dello “schema per Kukoc” e alla sua scelta di operarsi a stagione avviata (qui), e chiaramente anche Isiah Thomas, apostrofato come “asshole”, ha risposto (qui).
Insomma dopo dieci ore di documentario si postula la grandezza di Jordan e, accessoriamente, quella dei Bulls degli anni ‘90.
Il motivo? Nella produzione del documentario è coinvolta direttamente la Jump 23, la società di produzione di Michael Jordan (qui e qui), il che ci porta direttamente alla domanda “perché ora?”.
La mia personale opinione è che il 23, in un mondo iperconnesso che stila nuove liste dei migliori ogni 20 minuti, sentisse il bisogno di ricordare alle nuove generazioni di appassionati (e anche alle nuove generazioni di sportivi) che lui è esistito.
Qualche “LeBron” di troppo ha cominciato a fare capolino qui e la nei dibattiti della ESPN e della TNT, la recente riabilitazione di Jabbar, di cui si erano criminosamente perse le tracce per troppo tempo, l’ombra di Bryant forse? Quale che sia il motivo, Jordan ha ritenuto che fosse proprio questo il momento giusto per dare il via libera all’uso di questi documenti, non senza però una diretta supervisione con la sua casa di produzione, giusto per essere sicuri che la storia venisse inquadrata dall'angolazione corretta: la sua.
L'unica vera rivelazione di The Last Dance è che Carmen Electra a 48 anni è questa roba qua. Fate voi.
A questo aggiungo che il documentario, pur concentrandosi sull’ultimo titolo dei Bulls, ripercorre le tappe centrali della carriera di Jordan, comprese le olimpiadi del ‘92, ritaglia un momento di product placement per il suo brand di scarpe, insomma rispolvera i fondamentali giusto per rinfrescare la memoria di chi era distratto, ma si ferma abilmente con il titolo, evitando di andare ad indagare il “floor Jordan” dei Wizards, meno nobilitante, e i danni fatti nella sua prima esperienza manageriale (qui).

Siamo tutti d’accordo, io per primo, che Jordan è il migliore di sempre, ma questo documentario, dietro una produzione eccellente e un sacco di lustrini, si rivela essere soltanto un enorme spot pubblicitario per Jordan e la lega, non quello sguardo privato e rivelatorio che invece aveva millantato di essere.
Addirittura MJ stesso aveva dichiarato di essere preoccupato riguardo alla maniera in cui il documentario lo avrebbe fatto apparire (qui), una dichiarazione che, alla luce della visione di The Last Dance, era soltanto l’ennesima operazione di marketing per creare ulteriore aspettativa intorno a questa produzione, che invece lima e rimodella fatti che ai tempi furono veicolati dalla stampa in maniera molto più violenta.
Michael Jordan è stato il migliore sul campo, ma anche anche nella gestione della sua immagine e della sua eredità pare si difenda piuttosto bene.

questo articolo è stato scritto ascoltando
Jacob Collier - Djesse vol. 2 (2019)

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avevi dunque proprio voglia di rompere i coglioni quindi

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