Tuesday, 14 April 2015

Carosello di cazzi in salsa piagnona.

Inserire qui una didascalia ironica a base di citazioni colte,
in modo da ammantarla con un velo di brillante cripticità.
Quello che scrivo è interamente frutto della mia fantasia e, per nessuna ragione al mondo devo essere preso sul serio.  Non spendete soldi in cause per diffamazione, mi dichiarerei pazzo, voi perdereste e a me darebbero dei soldi per pagarmi una sexy badante balcanica.


Dove va la musica?
Questa la grande domanda che non ha trovato, non dico una risposta, ma un'adeguato svisceramento di argomenti, durante un'ora e tre quarti di conferenza nella saletta della Santeria di Milano.
Non solo, ci tengo a precisare che di "musica" in quanto artificio umano, complesso linguaggio artistico o più semplicemente organizzazione volontaria dei suoni non si è nemmeno MAI parlato.
Dico MAI, non un solo accenno, non un una riflessione.
Giuro su tutto quello che ho: chitarre, gatti, parenti e pancreas.

Si è invece parlato molto dei festival e della loro organizzazione.
O meglio, si è parlato di quanto sia difficile organizzare festival in Italia, di quanto le realtà italiche siano poco competitive rispetto a quelle estere e dei "poteri forti" (cito letteralmente) che rallentano il processo di espansione di questi business.
Si poteva, per esempio, parlare di "come e dove" gli organizzatori dei festival si informano per scovare gli artisti meno conosciuti, informazione che sarebbe venuta utile sia a giovani musicisti che tentano di farsi conoscere, che a gente che cerca di mettere insieme una piccola manifestazione.
Ma non è stato fatto.
Al suo posto è andato in scena il melodramma del povero organizzatore italiano di festival.

Nella dolorosa spirale di lamentele una spiccava su tutte.
Tengo a precisare che fino a quel momento alcuni dei figuri sul palco si erano lamentati dell'inaggirabile e malvagio Stato Italiano che, sintetizzo, "dovrebbe farsi i cazzi suoi e mettersi da parte per farci lavorare più tranquillamente".
Nel corso di una domanda viene lanciato il paragone con il festival ADE e la realtà olandese, ben pubblicizzata, vivibile e immersiva, la risposta, con mia sorpresa è stata:

<Ma tu lo sai chi l'organizza l'ADE? La SIAE Olandese!>

Questo, attenendomi alla spiegazione data, favorisce il confluire di fondi dallo stato, l'organizzazione sul territorio e permette di massimizzare il rientro tramite i pagamenti dei diritti incassati dalla Buma/Stemra, cui parte ritorna ovviamente nelle casse dello stato olandese come tasse.

Alzo la mano e sentenzio:
<State dicendo che uno dei modelli che funziona meglio è quello con più Stato, esattamente il contrario di quello che avete rivendicato in un ora di conferenza.>

Gelo.
Sorrido, perché nella vita di un disoccupato/precario come me, ci sono poche cose più gustose del mettere sotto una lente di ingrandimento l'incoerenza e l'incompetenza dei "professionisti".
E poi sta cazzo di conferenza era una palla.

Metto il "flyer" giusto per dire che siamo ai limiti della truffa,
si doveva parlare di musica ... o sono io che sono matto?
Segue, a fare le veci di una risposta seria e argomentata, un rant sul come, ancora una volta, lo Stato Italiano tanto non funziona come vorrebbero loro, che loro vogliono solo lavorare in pace e, sopratutto, che non è possibile che gira e rigira gli investimenti finiscono sempre in eventi come il MITO, perché loro non vengono considerati dal Ministero come facente parte della "cultura".
E che sarebbe bello opzionare la Scala per farci suonare dentro Aphex Twin (seriamente).

Facile applauso e rumoreggiamenti dal pubblico prevalentemente under 25 che, ovviamente, all'idea di vedere etichettate le loro passioni come "cultura" trattengono a malapena l'eccitazione sovversiva tipica dell'adolescente incompreso.

Non essendo sede di dibattito non mi sono permesso di insistere, ma ecco la mia risposta:

No, non fate cultura.
Voi fate business, cavalcando di semestre in semestre le fluttuazioni di un mercato saturo e straripante di offerta, sfruttando il sempre più numeroso pubblico di adepti, circuendo fichette anoressiche con l'arma del "pass backstage".
In uno strano anello di Moebius seguite e, nel contempo, determinate la moda del momento, predate e influenzate giovani adepti dell'ultimo credo hipster.
Non c'è niente di male, è così che si fa business, forse è questionabile moralmente ma non è questa la sede per dibatterne.
Il MITO, invece, si occupa di mantenere viva la memoria di creazioni determinanti nello sviluppo della musica e del suo linguaggio, artisti centrali e rivoluzionari, didatti di una forma d'espressione troppo spesso denigrata nel suo essere una vera e propria materia da studiare.
Cosa rimarrà, o cosa è già rimasto, di Kode9, Moderat, Modeselektor o di Flying Lotus ora che Jon Hopkins ha preso il sopravvento? Volendo citare soltanto quelli "grossi" senza andare a riesumare Dj Tennis assortiti.
Qual'è il loro apporto alla materia? Dove sta il loro valore? Ce l'ho dirà solo il tempo, attraverso un percorso che ha da sempre caratterizzato il processo di valutazione dell'arte, che ha ancora più senso nel contesto storico attuale dove gran parte dell'arte non richiede più nessuna abilità manuale ma è solo opera di concetto.
Date le tematiche affrontate durante la conferenza (principalmente soldi e rotture di coglioni) dubito che il cruccio di un'organizzatore di festival di elettronica, al risveglio mattutino, sia il bene degli artisti, o il bene superiore della "cultura".
Poi magari mi sbaglio, ma in tal caso i risultati sono pessimi: riciclo continuo di facce, nomi e tendenze, combinata ad una qualità dei contenuti questionabile.
La verità è che i musicisti passano, ad un ritmo impressionante, mentre voi restate.
Musei e teatri hanno l'obbiettivo di salvaguardare un patrimonio, e luoghi come la Scala non rientrano certo nei costi con la vendita dei biglietti, per questo hanno bisogno in larga parte dei fondi pubblici.
Rivendicare l'appartenenza alla cultura è un atto di incredibile sfrontatezza a cui sostegno, in questo caso, mancano troppe argomentazioni.
A fianco va sottolineata la mancanza di rispetto verso chi ha studiato e sanguinato una vita intera e adesso prende uno stipendio modesto per essere violinista di fila ed eseguire Mussorgsky correttamente ... non esattamente avere vent'anni e spippottare con dei VST nell'oscurità della propria cameretta.
Sì, il MITO si merita i finanziamenti e voi no.

Il che non significa che dia poco credito alla musica elettronica, o che la consideri indegna, in un futuro, di avere la sua fetta di Olimpo (tutt'altro), ma non tollero che dei businessmen avanzino richieste di questo genere dopo aver spolpato tutto lo spolpabile dalla creatività di altri.
Ebbafangule.

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avevi dunque proprio voglia di rompere i coglioni quindi

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